IL DISTRETTO SANITARIO. IL RUOLO DEL MEDICO DI MEDICINA GENERALE.
Il Decreto legislativo n°229/'99 assegna al distretto un ruolo nuovo e
fondamentale nel Servizio sanitario nazionale, come presidio nel quale si
raccoglie e si coordina la domanda di salute e di cura dei cittadini e nel quale
si organizza la politica per la salute e il percorso terapeutico sia con la rete
dei Servizi direttamente a disposizione sia con le prestazioni che, pur
collocate altrove, fuori del distretto, sono funzionale alle attività
distrettuali.
Il distretto è la sede appropriata di intervento per bloccare i ricoveri
impropri e far svolgere all'ospedale la funzione propria di " struttura
tecnologica e specialistica per interventi di maggiore complessità".
Si può dire, emblematicamente, che il distretto è il fondamento che consente
di ricostruire l'intero edificio della sanità pubblica.
Siamo in presenza di una svolta culturale e politica nella costruzione del
Servizio sanitario nazionale, che sposta il baricentro della politica sanitaria
sul territorio, con richiami espliciti agli assunti, purtroppo disattesi, della
legge n° 833 del 1978.
Infatti il distretto è stato sempre presente nella legislazione sanitaria
italiana, con formulazioni più o meno coerenti, con elaborazioni ed esperienze
qua e là interessanti, eppure il distretto è la sanità che non c'è!
Molte sono le motivazioni che aiutano a spiegare questa reiterata inadempienza,
di carattere culturale e politico, più volte messe in evidenza nel dibattito di
questi anni.
Qui serve richiamare due aspetti che certamente hanno determinato la marginalità
del distretto e che oggi vanno affrontati con decisione per correggere le
distorsioni e le lacune del passato: da un lato, l'esiguità delle risorse
assegnate alla sanità territoriale e una politica tutta centrata sull'ospedale,
dall'altro, la mancanza di un efficace modello organizzativo del distretto e
quindi una lacuna nella progettualità successiva alla legge n°833/'78.
Evidentemente le due cause sono strettamente legate tra loro e reciprocamente
influenti.
Risorse residuali per il distretto.
L'analisi della composizione della spesa sanitaria pubblica, desumibile dai
flussi informativi del Ministero della sanità, evidenzia come l'assistenza
ospedaliera rappresenti la più importante voce di spesa, impegnando più della
metà delle risorse disponibili per il Servizio sanitario nazionale.
Ancor più preoccupante è l'andamento in crescita della spesa ospedaliera di
questi ultimi anni, dopo la diffusione, in alcuni casi in forme esasperate,
delle Aziende ospedaliere e dopo l'introduzione senza limiti dei D.R.G, cioè
del pagamento delle prestazioni a tariffa.
Le motivazioni di bilancio delle Aziende ospedaliere, come era facile prevedere,
hanno fatto aggio sulla appropriatezza delle prescrizione e delle prestazioni.
Se infatti nel 1994, anno di introduzione del sistema a D.R.G., la percentuale
di spesa ospedaliera si attestava al 55,9%, nel 1999 questa ha raggiunto il 57%
del totale a fronte di una stima ottimale delle Organizzazione Mondiale della
Sanità corrispondente al 45-47%.
Dieci punti di percentuale che corrispondono a oltre 10 mila miliardi sottratti
al territorio!
A ulteriore conferma dell'inefficacia di tale sistema di finanziamento, ora in
parte limitato dal D.L. n°229/'99, c'è il riscontro nel tasso di
spedalizzazione che dal 1975 al 1996 è passato dal 181 al 186 per mille, di
gran lunga superiore a quello ottimale del 160 per mille fissato già dalla
legge n°585 del 1985.
E' chiaro che siamo di fronte ad un problema strutturale che ha bisogno di bel
altro che di indici e di richiami!
A subire le conseguenze più gravi di tali distorsioni sono state le attività
di prevenzione, che non hanno mai raggiunto la quota del 4% della spesa globale,
e le attività sanitarie territoriali che nel nostro Paese non hanno potuto mai
avvicinarsi, neanche lontanamente, allo sviluppo realizzato negli altri Paesi
europei.
Non può meravigliare, quindi, se nonostante le proclamate buone intenzioni
delle leggi e dei Piani, dopo aver enfatizzato i mutamenti demografici ed
epidemiologici del Paese, le attività sanitarie e sociali e i servizi di
riabilitazione rivolti alla popolazione anziana sono in complesso largamente
deficitari.
Il paradosso, tipico della cultura e della politica sanitaria italiana, sta nel
fatto che tutti, indistintamente, riconoscono che le moderne patologie si
affrontano validamente nel territorio, precocemente, salvo poi agire
regressivamente, portando risorse finanziarie, professionali e tecnologiche il
più lontano possibile dai luoghi dove si produce o si perde la salute.
Un modello caotico di distretto
A differenza dell'ospedale, dove storia e legislazione hanno prodotto una forte
identità strutturale, con propri modelli e rituali organizzativi, la sanità
territoriale è stata tradizionalmente un aggregato povero di ambulatori e di
servizi, senza una propria identità e senza un radicamento nell'immaginario
collettivo, salvo la storia e la funzione della condotta medica, praticamente
dissolta dall'introduzione delle Mutue nazionali e settoriali.
Il territorio sanitario è, pertanto, la terra di tutti e di nessuno.
Ci sono i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta, sufficientemente
sparsi nel territorio, ma isolati tra loro e distaccati dal resto degli altri
operatori e degli altri servizi. I quali, a loro volta, risultano scarsi,
anch'essi isolati, casualmente collocati nei presidi, una sorta di casematte
sanitarie.
Cosicché anche l'eventuale incremento delle risorse finanziarie e professionali
per il territorio, senza un mutamento serio del modello organizzativo,
comporterebbe il rischio di implementare l'inefficienza e l'improduttività, una
sorta di pozzo di S: Patrizio sanitario.
In sostanza, i servizi sanitari territoriali, che più hanno bisogno di lavoro
comune, sono quelli che operano all'insegna della più improduttiva casualità e
solo rare esperienze, del resto mai socializzate, sono riuscite a realizzare un
sistema a rete dei servizi e degli operatori sulla base di un progetto
condiviso.
Ora bisogna introdurre quello che manca: la regìa, il coordinamento,
l'integrazione tra le diverse culture e professionalità, il lavoro
dipartimentale.
Anche questo non è un problema nuovo o quanto meno non è da oggi che si
propone di unire ciò che è diviso, di predisporre nuovi modelli di
integrazione.
Da anni ci provano gli stessi Sindacati dei medici di medicina generale e le
stesse Convenzioni che insistentemente prospettano l'associazionismo medico.
Sono avviate anche esperienze di cooperazione tra medici e personale sanitario.
Ma la struttura materiale, fatta di posizioni acquisite e di vecchi modelli
culturali, resiste a tutte le elaborazioni e a tutte le prescrizioni e i tempi
per l'innovazione sembrano proprio infiniti.
Il problema è strutturale e come tale va affrontato, sia pure con la gradualità
necessaria.
Il Distretto nel Decreto legislativo.
Il Decreto legislativo n°229/'99 dà un contributo per costruire un
distretto sanitario che abbia poteri e mezzi, che superi la casualità e lo
spontaneismo con il previsto Programma delle attività distrettuali, che
coinvolga i Comuni dell'area nella programmazione e nella valutazione dei
risultati, che renda possibile la concertazione con i soggetti sociali, che
impegni a realizzare la rete dei servizi distrettuali e l'integrazione tra
questi e i servizi sociali.
Contribuiscono a rendere autorevole e forte il distretto l'ampiezza degli
ambiti, mediamente intorno ai 60 mila abitanti, l'assegnazione di risorse ( il
budget) e la presenza di un direttore e di un Ufficio di coordinamento per
coniugare assunzione di responsabilità e decisioni partecipate.
Gli ambiti dei distretti.
Le Regioni, con propria legge, sono tenute a determinare ambiti dei distretti
sufficientemente ampi, con popolazione di almeno 60 mila abitanti, salva diversa
determinazione delle Regioni in base alla densità della popolazione.
Le ragioni di questa scelta sono evidenti e condivisibili, perché consentono di
dotare il territorio dei poteri e dei mezzi necessari per realizzare politiche
forti per la salute e per gestire la domanda di cura con una adeguata ed
appropriata rete dei servizi integrati tra loro.
Questo richiede di organizzare nella sede centrale del distretto le funzioni di
governo, di programmazione, di coordinamento e di controllo con un impianto
qualificato di tecnologie, di servizi e di professionalità che deve essere
tipizzato, anche se con margini di variabilità rispetto alla configurazione
geomorfologica dell'ambito distrettuale.
Ciò non toglie che sia necessario contrastare anche nel distretto possibili
tendenze a centralizzare servizi e presidi, venendo meno in questo caso ad uno
dei postulati della riforma che considera importante avvicinare, per quanto
possibile, i servizi e le prestazioni alla popolazione, per ottenerne il
coinvolgimento e per rendere possibile un'agevole fruizione.
Da qui l'esigenza di articolare il distretto in aree sub distrettuali, sulla
base di parametri stabiliti dalla Regione, d'intesa con i Comuni.
E' a questo punto che è necessario introdurre una nuova capacità progettuale
per costruire una rete dei presidi e dei servizi e per realizzare una nuova
metodologia del lavoro sanitario fondato sulla programmazione, sulla
cooperazione e sul lavoro dipartimentale.
La Casa della salute.
In ogni area sub distrettuale dovrebbe essere prevista e realizzata, d'intesa
con i Comuni interessati o con le articolazioni dei Consigli di Circoscrizione,
la Casa della salute.
Senza ricorrere a schemi rigidi e preordinati, sarebbe utile che le Regioni
mettessero a punto una tipologia di massima come riferimento per una Casa della
salute che soddisfi le esigenze di concentrazione di servizi ed operatori.
Casa della salute deve avere gli spazi per attività di promozione della
salute e di partecipazione dei cittadini, per ospitare gli studi medici
dell'area, i servizi per la continuità assistenziale, gli ambulatori
specialistici, gli infermieri, la struttura amministrativa di supporto e il
Centro Unificato di Prenotazione, le attività diagnostiche strumentali previste
e tarate, le attività sociali e riabilitative.
La Casa della salute si configura, pertanto, come la sede comune o la base
strutturale che rende contigui i servizi e gli operatori e consente di
realizzare, senza dispersione di tempo e di risorse, quell'integrazione
professionale richiesta dal Piano sanitario nazionale.
Anche le sperimentazioni in atto di associazione dei medici di base o di
cooperazione possono trovare nella Casa della salute il luogo di riferimento
appropriato.
La rete delle strutture su distrettuali deve far parte necessariamente della
programmazione dei presidi sanitari e sociali del distretto con la possibilità
di utilizzare strutture già esistenti, di far ricorso al mercato edilizio o di
progettarne di nuove.
La realizzazione della rete delle Case della salute deve avvenire nel tempo
massimo di due trienni, corrispondenti a due Piani sanitari regionali e a due
Piani attuativi locali con gli investimenti in conto capitale necessari.
Là dove per ragioni strutturali non sia possibile realizzare la concentrazione
degli studi medici e dei relativi supporti nella Casa della salute o nel caso di
una previsione di lunghi tempi d'attesa per la sua realizzazione, le Regioni e
le Aziende, in collaborazione con gli operatori interessati, devono predisporre
un Piano di coordinamento dei medici di base con l'utilizzo delle forme
associative e delle metodologie informatiche in modo da realizzare, comunque, il
massimo di integrazione e di lavoro comune sulla base del programma
distrettuale.
La Convenzione per il distretto.
L'investimento nei distretti di poteri e mezzi che deriva dalla nuova legge di
"Razionalizzazione del Servizio sanitario nazionale" richiede un
adeguamento delle convenzioni per i medici di medicina generale e per i pediatri
di libera scelta.
E' ormai ampiamente condivisa la convinzione che un moderno Servizio sanitario,
efficace nelle prestazioni e appropriato nell'uso delle risorse, deve fondarsi
sulla prevenzione e sulla qualità delle cure primarie.
Del resto, nonostante tutti i limiti e i condizionamenti esistenti, il Medico di
medicina generale risulta essere una delle figure professionali sanitarie più
apprezzate dai cittadini.
E' un fatto che il medico di base è la figura chiave di questo nuovo impianto
scientifico e politico, di politica sanitaria.
La programmazione regionale e la Convenzione sono gli strumenti per realizzare
una piena corrispondenza tra modello organizzativo e ruolo dei medici di base.
Anche per questo è necessario che il Piano sanitario, a tutti i livelli, sia il
risultato del più ampio coinvolgimento degli operatori, con particolare
riferimento ai medici e ai pediatri di base, viste le responsabilità che questi
operatori già ora hanno nel Servizio sanitario e che ancor più vengono ad
assumere nella programmazione e nella gestione delle attività distrettuali.
Il medico di medicina generale in particolare deve trovare nell'ambito del
distretto una efficace collocazione professionale, recuperando un ruolo di
gestione effettiva della salute dei propri assistiti che si è andato perdendo
nel tempo, schiacciato da una politica poco attenta alla qualità, isolato
rispetto al complesso dei servizi sanitari e sociali, sempre più condizionato
da vincoli burocratici.
Il Decreto legislativo n°229/'99 compie scelte innovative a favore della sanità
territoriale e richiede di costruire un nuovo modello organizzativo per
ricollocare la promozione della salute nei contesti di vita e di lavoro.
Non è pensabile cambiare un sistema e i suoi modelli funzionali senza una
ridefinizione del ruolo del medico di base che preveda un suo impegno più alto
e responsabile nel Servizio sanitario nazionale.
La nuova organizzazione del lavoro.
Le Convenzioni per la medicina generale e per i pediatri di libera scelta devono
prevedere e disciplinare il trasferimento degli studi dei medici nella Casa
della salute, allorquando siano disponibili sedi appropriate risultanti da atti
deliberativi dell'Azienda sanitaria locale.
La collocazione dello studio professionale nei locali della Casa della salute
rappresenta per l'assistito una reale possibilità di semplificare i percorsi,
di ridurre i tempi di prenotazione e di attesa che intercorrono tra la domanda e
le disponibilità dell'offerta, per il Servizio sanitario la possibilità di
realizzare la "presa in carico", la continuità terapeutica con
prestazioni di medicina generale integrate in modo unitario con le altre
specialistiche extra ospedaliere.
Per il medico di base la condivisione degli spazi lavorativi con gli altri
operatori del distretto può significare il superamento di quella separatezza e
decontestualizzazione che, nelle società complesse, equivalgono ad un
progressivo impoverimento culturale e professionale.
Il personale amministrativo del distretto, con la dotazione delle moderne
tecnologie informatiche , porterà inoltre un significativo contributo per
sollevare il Medici di Medicina generale da tutta una serie di obblighi
burocratici che appesantiscono la professione, togliendo spazio al lavoro
clinico e alle attività rivolte ai pazienti.
Il lavoro del Medico di Medicina generale deve necessariamente essere
riorganizzato per l'assolvimento dei nuovi impegni professionali richiesti, a
partire da una diversa articolazione del suo orario di lavoro.
Sembra indispensabile la riserva di alcune ore settimanali, fino a quattro,
non più rivolte esclusivamente al proprio assistito, ma indirizzate al
complesso delle attività dedicate alla popolazione del distretto, in
particolare l'educazione sanitaria, la prevenzione, la verifica delle qualità
delle prestazioni, l'elaborazione di linee guida e protocolli condivisi, la
realizzazione di progetti finalizzati e mirati al raggiungimento di determinati
obiettivi, l'aggiornamento professionale.
Inalterato resta il meccanismo della libera scelta del cittadino nei confronti
del proprio medico.
Naturalmente il medico con impegno orario vedrà ridotto il proprio massimale di
un numero equivalente di scelte. Tale riduzione non dovrà comportare un
decremento di reddito reale, con precise garanzie assicurate in convenzione.
La riserva delle ore pattuite per attività di distretto può consentire al
Medico di medicina generale di essere parte attiva non solo nella definizione
del Programma delle attività territoriali, previsto dal Decreto legislativo n°229/'99,
ma soprattutto nella sua realizzazione e valutazione.
Bruno Benigni Spi-Cgil
Roberto Polillo F.P.Cgil-Medici
Gloria Malaspina CGIL
Laimer Armuzzi F.P. CGIL