I problemi del mondo industriale coincidono con i problemi della Sanità

DOMENICA, 30 MAGGIO 2004
Pagina 1 - Prima Pagina Messaggero Veneto
IDEE : FRIULI, SVOLTA NELLA RICERCA    di DINO COZZI
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La regione Friuli-Vg ha 8,8 ricercatori su 1.000 unità di forza lavoro. L’Italia ne ha 3,3, l’Europa 5,0, gli Usa 7,4. Da questi dati risulta che la nostra regione è ai vertici mondiali.

Questi dati sono diffusi dall’Area di ricerca di Trieste. Con così tante persone impegnate nella ricerca, i benefici, in regione, dovrebbero essere evidenti a tutti e soprattutto alle nostre industrie. Non pare che le cose siano così. Il dubbio legittimo che ci assale è: o queste persone non producono risultati oppure questi non ricadono sul sistema produttivo regionale. Non possiamo pensare che siano pagati per non fare alcunché, quindi il loro lavoro non è utile o non è utilizzabile dal sistema produttivo regionale.

Il percorso comincia dalla ricerca pura, prosegue con la ricerca applicata e, se da questa derivano nuovi prodotti, nuovi metodi di produzione, si ottiene quella che è chiamata innovazione. L’innovazione è considerata il fattore chiave per accrescere la competitività delle aziende per far sì che esse possano resistere e lottare vittoriosamente contro nuovi concorrenti con costi inferiori sia di manodopera sia di materia prima. La causa principale delle difficoltà che le nostre aziende, non soltanto regionali ma anche nazionali e perfino europee, incontrano sui mercati riguarda l’insufficiente quantità d’innovazione che riescono a introdurre. Conseguentemente s’invocano maggiori investimenti nella ricerca sia da parte degli enti pubblici – Comunità europea, Stati nazionali e Regioni – sia da parte dei privati: le aziende stesse. Il confronto è fatto con gli investimenti effettuati negli Usa, dove a maggiori investimenti in ricerca corrisponde un elevato tasso d’innovazione. Non a caso le aziende americane risultano ai vertici mondiali e sono in grado di mantenere e, anzi, di accrescere la loro capacità di competere con vecchi e nuovi concorrenti.

Nella nostra regione le cose non stanno così: abbiamo un numero di ricercatori pari a quasi tre volte quello della media d’Italia, ma l’industria regionale è più competitiva di quella italiana? Abbiamo più ricercatori della media europea, ma la nostra industria è ai vertici in Europa? Superiamo, perfino nel numero di ricercatori, gli Usa, ma la nostra industria è più competitiva di quella americana?

Sono domande che trovano una risposta negativa unanime Se proviamo a indagare sulle cause scopriamo che la nostra ricerca non produce gran che di originale e per gran parte è fatta di rielaborazioni di cose altrui. In tal caso si parla impropriamente di ricerca e si pone un problema di verifica dei risultati di fronte agli investimenti. Ma può anche esservi una difficoltà culturale a trasformare in innovazioni, in prodotti, in nuovi materiali speculazioni intellettuali di ricercatori troppo lontani dal mondo produttivo.

Le cause di questa ridotta ricaduta della ricerca, nei confronti del sistema produttivo, sono naturalmente molteplici e non è questa la sede per un esame esaustivo, tuttavia la loro rimozione richiede, oltre che un’incisiva azione politica a livello nazionale – soprattutto la riforma dell’Università –, tempi decisamente lunghi. Tempi non accettabili e non sopportabili dalle nostre industrie, incalzate dai nuovi concorrenti sempre più temibili.

Il problema, quindi, non è più solo quello di produrre ricerca, e quindi innovazione, in Friuli-Vg, ma è quello di dotare ora, subito, le nostre aziende delle innovazioni prodotte dalla ricerca mondiale. Si tratta di far conoscere agli imprenditori di qualunque dimensione che cosa si è fatto e che cosa è disponibile a livello mondiale nel loro settore come prodotti nuovi, tecnologie nuove, materiali nuovi, ma anche innovazioni organizzative e gestionali. L’imprenditore deciderà che cosa è di suo interesse e, a quel punto, si dovrà aiutarlo ad acquisire l’innovazione. Acquisirla significa affrontare problemi legali, linguistici, finanziari e la maggior parte degli imprenditori non ha a disposizione nelle proprie aziende le competenze necessarie. Si tratta, in tal caso, di fornirgliele. Per far questo, però, non è importante tanto creare nuovi enti o nuove strutture, quanto dotare quelle esistenti di poche risorse competenti e specializzate.

La politica industriale, la politica dello sviluppo hanno avuto sempre al centro l’occupazione e, conseguentemente, l’ampliamento della capacità produttiva delle aziende esistenti e la creazione o l’attivazione di nuove. Non si è mai guardato a che cosa queste aziende producessero; anzi, più manodopera era richiesta, meglio era, come accade nelle lavorazioni povere, proprio quelle che ora sono a forte rischio di chiusura o di delocalizzazione. Oltre al fatto che l’obiettivo dell’aumento dell’occupazione portava come diretta conseguenza anche gli incentivi alla costruzione di fabbricati industriali o all’acquisto di macchinari industriali di qualunque tipo.

È urgente un deciso cambio di rotta: al centro della politica industriale, come obiettivo esclusivo per incrementare lo sviluppo, dobbiamo mettere l’innovazione. Dobbiamo rapidamente concentrare le risorse su quest’unico obiettivo per acquisire l’innovazione ovunque e a favore di tutti gli imprenditori disponibili. Sospendere incentivi superati o anche a bassa priorità per concentrarli sull’innovazione. Riorientare gli strumenti finanziari della Regione per finanziare l’innovazione. Stipulare un patto con il sistema del credito per il finanziamento di un bene immateriale come l’innovazione che non è un bene sul quale si possano assumere garanzie reali. Concordare con le parti sociali un patto per lo sviluppo con al centro l’innovazione e che preveda un grosso impegno formativo per i dipendenti, ma anche per gli imprenditori. Fare a meno di questo è sostanzialmente inutile, sarebbe come curarsi prendendo aspirine quando si ha la broncopolmonite. Poi, è necessario fare le cose seriamente.

Sappiamo bene che la ricerca pubblica è poco produttiva e che il sostegno a quella privata è sempre stato, storicamente, un meccanismo un po’ fasullo perché ricerca vera se ne fa pochina: molte imprese si limitavano a classificare come ricerche quelle che erano spese correnti o quasi. Gli investimenti in tecnologia, invece, non sono parole, ma fatti (le fatture) e sono un indicatore serio e misurabile dell’innovazione. Continuare a finanziare con denaro pubblico i muri, che siano quelli dei capannoni industriali o quelli dei centri di ricerca, non sarà di alcun aiuto alle nostre aziende, non le aiuterà a rimanere su un mercato sempre più competitivo. Aziende che chiudono, o che sono costrette a spostare i loro impianti in altri paesi, pongono a rischio lo sviluppo del paese e della regione. Uno sviluppo costruito in cinquant’anni, ma che per le mutate condizioni mondiali può essere messo a rischio in tempi assai brevi. Vogliamo assumerci la responsabilità di tornare indietro?

 

 

 

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