|
Mi
accingo a scrivere stimolato da un articolo pubblicato sabato 17
settembre sulle pagine del Messaggero Veneto e intitolato: “La sanità è
sotto pressione, servono soluzioni durature”.
Concordo che il settore sanità sia sotto pressione, non concordo sulle
soluzioni proposte dai colleghi medici alla classe politica.
Nell’articolo in questione si propone di “valorizzare la sanità privata”
per ridurre il sovraffollamento del Pronto soccorso, dei laboratori di
analisi e di altri servizi specialistici che l’ospedale impropriamente
svolge.
Da una parte si sostiene che non bastano interventi tampone come
l’offerta di ulteriori servizi, che dati alla mano incentivano
ulteriormente la domanda dei cittadini, e dall’altra invece si propone
l’entrata in scena di nuovi attori per giunta privati, seppur con budget
controllati.
Il problema principale, a mio avviso, non è quello di soddisfare a ogni
costo la domanda per ridurre le liste d’attesa, ma quello di qualificare
l’appropriatezza della domanda stessa.
A fronte di una crescente domanda di “benessere” non c’è un adeguamento
della medicina inteso come apparato concettuale, come sistema
epistemico, come capacità cognitiva, c’è una risposta “sanitaria” pur
importante in termini di mezzi terapeutici, diagnostici e di trattamenti
i più vari, ma gestita in modo economicistico (culto dell’efficienza,
del risparmio, del controllo, della misurazione) e con modalità
tradizionali.
Analizziamo come origina la domanda e chi la determina: in un recente
convegno sulle liste d’attesa persino il Tribunale dei malati e
Cittadinanza attiva hanno convenuto che a determinarla in gran parte
sono i servizi specialistici, che gestiscono le patologie croniche,
anche quelle stabilizzate, e in misura minore i medici di base che
gestiscono la prescrizione dei controlli specialistici per le patologie
croniche e dei farmaci che gli specialisti prescrivono.
«Ventimila contatti all’anno significano circa 60-70 pazienti al giorno,
significano 200-300 ricette al giorno (in media si producono 3-4 ricette
per paziente, per alcuni ne occorrono anche 20)».
Il risultato è che il medico di base invece di mediare, filtrare e
governare la domanda passa il tempo a riempire con le “x” le caselle
giuste, a sostituirle con i codici d’esenzione, note Cuf, invalidità
eccetera. Se già questo esercizio risulta alienante per chi utilizza il
computer, immaginate come potrà esserlo per chi invece è costretto a
scrivere a mano ogni giorno circa 200 codici fiscali nel giusto ordine
di casella (3.200 caratteri), 200 indirizzi, 200 codici aziendali, 200
date per non parlare dell’oggetto e fine della ricetta stessa.
Il fatto poi che dei medici di base, anziché cercare di valorizzare il
proprio ruolo, auspichino l’entrata in campo di altri erogatori di spesa
la dice lunga sul loro ruolo nelle Cure primarie: è, ormai, evidente che
questo medico è rassegnato a esercitare il compito di semplice
notificatore di spesa indotta da altri.
E se si considera che il maggiore sindacato medico, la Fimmg, è
orgoglioso di svolgere questo tipo di assistenza sanitaria, mi chiedo se
non sia il caso di attuare una riforma veramente strutturale delle Cure
primarie, e cioè quella del riconoscimento di una nuova figura
professionale, che potremmo definire “medico esperto”, che avrebbe il
compito di mediare, filtrare e migliorare gli interventi sanitari
dell’ospedale e della Medicina di 2º livello.
Il medico esperto, si differenzia dal medico di base attuale perché
dimostra di:
1) conoscere quali parametri clinici sono da prendere in considerazione
per gestire una determinata patologia cronica, per esempio lo scompenso
cardiaco, il diabete, l’ipertensione la menopausa, la Bpco e l’asma;
2) di avere acquisito nel suo bagaglio culturale ambiti di conoscenze
relative alle varie patologie di più frequente riscontro e di essere in
grado di utilizzarle e applicarle quando se ne presenti la necessità;
3) di scegliere il farmaco più appropriato, di conoscere le possibili
interazioni con altri nella politerapia e le possibili alternative;
4) di essere in grado di comunicare, integrarsi e confrontarsi con gli
specialisti nella gestione clinica delle patologie croniche nel
territorio.
Il medico esperto non è attualmente il prodotto delle Università
italiane, da cui fuoriescono, ormai, addirittura specialisti di
patologia e neanche più di branca.
Tanto meno può essere formato dai corsi Ecm, clamorosamente rivelatisi
come semplici fabbriche di crediti .
Tuttavia un tentativo di formare questa figura la si potrebbe tentare se
si utilizzasse la tecnologia informatica in modo “intelligente”, i
cosiddetti Sistemi esperti, che attualmente vengono utilizzati in tutti
i settori dell’attività produttiva che richiedono enormi quantità di
conoscenze, impossibili da gestire all’uomo.
Al giorno d’oggi con la definizione dei protocolli, di linee guida
riconosciuti dalla comunità scientifica è possibile creare con appositi
algoritmi dei moduli per patologia che aiuterebbero il professionista a
districarsi con un minimo di professionalità nella gestione delle
patologie croniche e della prevenzione.
Questa operazione realizzerebbe il necessario trasferimento di
conoscenze dall’ambito della produzione specialistica all’ambito
dell’utilizzazione da parte del medico esperto.
Si ridurrebbe in tal modo la dispersione specialistica, si recupererebbe
unitarietà culturale e professionale, garantendo ai pazienti conoscenze
e competenze specialistiche nel territorio.
Questa sì che sarebbe una riforma strutturale e una soluzione duratura
Dottor
Francesco Piruzza
|