MESSAGGERO VENETO                                                                                                                               MARTEDÌ, 20 SETTEMBRE 2005

 

 

Pagina 9 - Udine

 

Sanità, una vera riforma con il “medico esperto”

 

 


 

Mi accingo a scrivere stimolato da un articolo pubblicato sabato 17 settembre sulle pagine del Messaggero Veneto e intitolato: “La sanità è sotto pressione, servono soluzioni durature”.
Concordo che il settore sanità sia sotto pressione, non concordo sulle soluzioni proposte dai colleghi medici alla classe politica.
Nell’articolo in questione si propone di “valorizzare la sanità privata” per ridurre il sovraffollamento del Pronto soccorso, dei laboratori di analisi e di altri servizi specialistici che l’ospedale impropriamente svolge.
Da una parte si sostiene che non bastano interventi tampone come l’offerta di ulteriori servizi, che dati alla mano incentivano ulteriormente la domanda dei cittadini, e dall’altra invece si propone l’entrata in scena di nuovi attori per giunta privati, seppur con budget controllati.
Il problema principale, a mio avviso, non è quello di soddisfare a ogni costo la domanda per ridurre le liste d’attesa, ma quello di qualificare l’appropriatezza della domanda stessa.
A fronte di una crescente domanda di “benessere” non c’è un adeguamento della medicina inteso come apparato concettuale, come sistema epistemico, come capacità cognitiva, c’è una risposta “sanitaria” pur importante in termini di mezzi terapeutici, diagnostici e di trattamenti i più vari, ma gestita in modo economicistico (culto dell’efficienza, del risparmio, del controllo, della misurazione) e con modalità tradizionali.
Analizziamo come origina la domanda e chi la determina: in un recente convegno sulle liste d’attesa persino il Tribunale dei malati e Cittadinanza attiva hanno convenuto che a determinarla in gran parte sono i servizi specialistici, che gestiscono le patologie croniche, anche quelle stabilizzate, e in misura minore i medici di base che gestiscono la prescrizione dei controlli specialistici per le patologie croniche e dei farmaci che gli specialisti prescrivono.
«Ventimila contatti all’anno significano circa 60-70 pazienti al giorno, significano 200-300 ricette al giorno (in media si producono 3-4 ricette per paziente, per alcuni ne occorrono anche 20)».
Il risultato è che il medico di base invece di mediare, filtrare e governare la domanda passa il tempo a riempire con le “x” le caselle giuste, a sostituirle con i codici d’esenzione, note Cuf, invalidità eccetera. Se già questo esercizio risulta alienante per chi utilizza il computer, immaginate come potrà esserlo per chi invece è costretto a scrivere a mano ogni giorno circa 200 codici fiscali nel giusto ordine di casella (3.200 caratteri), 200 indirizzi, 200 codici aziendali, 200 date per non parlare dell’oggetto e fine della ricetta stessa.
Il fatto poi che dei medici di base, anziché cercare di valorizzare il proprio ruolo, auspichino l’entrata in campo di altri erogatori di spesa la dice lunga sul loro ruolo nelle Cure primarie: è, ormai, evidente che questo medico è rassegnato a esercitare il compito di semplice notificatore di spesa indotta da altri.
E se si considera che il maggiore sindacato medico, la Fimmg, è orgoglioso di svolgere questo tipo di assistenza sanitaria, mi chiedo se non sia il caso di attuare una riforma veramente strutturale delle Cure primarie, e cioè quella del riconoscimento di una nuova figura professionale, che potremmo definire “medico esperto”, che avrebbe il compito di mediare, filtrare e migliorare gli interventi sanitari dell’ospedale e della Medicina di 2º livello.
Il medico esperto, si differenzia dal medico di base attuale perché dimostra di:
1) conoscere quali parametri clinici sono da prendere in considerazione per gestire una determinata patologia cronica, per esempio lo scompenso cardiaco, il diabete, l’ipertensione la menopausa, la Bpco e l’asma;
2) di avere acquisito nel suo bagaglio culturale ambiti di conoscenze relative alle varie patologie di più frequente riscontro e di essere in grado di utilizzarle e applicarle quando se ne presenti la necessità;
3) di scegliere il farmaco più appropriato, di conoscere le possibili interazioni con altri nella politerapia e le possibili alternative;
4) di essere in grado di comunicare, integrarsi e confrontarsi con gli specialisti nella gestione clinica delle patologie croniche nel territorio.
Il medico esperto non è attualmente il prodotto delle Università italiane, da cui fuoriescono, ormai, addirittura specialisti di patologia e neanche più di branca.
Tanto meno può essere formato dai corsi Ecm, clamorosamente rivelatisi come semplici fabbriche di crediti .
Tuttavia un tentativo di formare questa figura la si potrebbe tentare se si utilizzasse la tecnologia informatica in modo “intelligente”, i cosiddetti Sistemi esperti, che attualmente vengono utilizzati in tutti i settori dell’attività produttiva che richiedono enormi quantità di conoscenze, impossibili da gestire all’uomo.
Al giorno d’oggi con la definizione dei protocolli, di linee guida riconosciuti dalla comunità scientifica è possibile creare con appositi algoritmi dei moduli per patologia che aiuterebbero il professionista a districarsi con un minimo di professionalità nella gestione delle patologie croniche e della prevenzione.
Questa operazione realizzerebbe il necessario trasferimento di conoscenze dall’ambito della produzione specialistica all’ambito dell’utilizzazione da parte del medico esperto.
Si ridurrebbe in tal modo la dispersione specialistica, si recupererebbe unitarietà culturale e professionale, garantendo ai pazienti conoscenze e competenze specialistiche nel territorio.
Questa sì che sarebbe una riforma strutturale e una soluzione duratura

 

Dottor Francesco Piruzza