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di terapia e di follow-up..." 

rassegna stampa

 

IL GIORNALE DI OGGI, SABATO 29 ottobre 2011 Messaggero veneto

 

 

La triste fine della professione del medico di famiglia 

di LAURA PASSONI 

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Faccio il medico di famiglia da più di 30 anni e mai come ora sono così pentita di aver fatto questa scelta. Ciò non perché non sia un buon lavoro, anzi, penso che sia la professione più bella del mondo, ma non ora! Cercherò di spiegare il perché. Il mio compito principale dovrebbe essere quello di formulare diagnosi. Il dottore è formato a questo attraverso l’uso di alcuni strumenti: la storia, l’esame obiettivo e se ciò non basta gli accertamenti. Questo richiede comunque competenze che non si improvvisano (non bastano anni di studio e di esperienza, ma costante attenzione e aggiornamento). A ciò si deve aggiungere il tempo necessario. A questo punto emerge il primo dei grossi problemi attuali: lasciamo al medico il tempo giusto o pretendiamo spesso di avere questa diagnosi subito, magari al supermercato o per strada o alla comparsa dei primi sintomi non ancora chiari per capire qual è la malattia che stiamo incubando? Direi proprio di no. Quel che è certo che il decorso dei sintomi e dei segni è spesso indispensabile per capire quel che sta succedendo e sicuramente la conoscenza che ha del paziente il proprio medico curante è un grande vantaggio. Oggi però c’è una moda: cambiarlo spesso così ci bruciamo tale enorme vantaggio. Spesso ci si fa fare la diagnosi dalla vicina di casa o da Internet. Anche andare troppo spesso dal medico non è bene perché abbassa il suo livello di attenzione: avete presente la storia di Pierino e il lupo? E c’è chi dopo 3 starnuti è nei nostri ambulatori e ogni occasione è buona per consultarci. La gratuità del servizio lo rende iperconsumato e abusato. Le cifre parlano chiaro: più di 50 contatti al giorno, dove può stare la qualità? Non siamo comunque gli unici, guardiamo infatti i Pronto Soccorsi usati come poliambulatori con la speranza di ottenere una via più breve per visite specialistiche ed esami? Sono posti dove dovrebbero accedere solo le situazioni critiche per la vita e dove quindi si devono applicare protocolli per il ripristino rapido delle condizioni vitali, lasciando poi ad altri il compito di formulare le diagnosi, cioè il motivo per cui sono successi gli eventi potenzialmente mortali. La non conoscenza dei pazienti li rende quindi luoghi poco adatti alla formulazione della diagnosi di malattia. Invece l’andare in Pronto Soccorso è il 2° sport nazionale, essendo il 1° consultare medici di ogni tipo (soprattutto i medici di medicina generale). Il 3° sport è poi parlare male dei dottori. Detto questo, cosa ancora dobbiamo fare per riconquistarci il rispetto per il delicato lavoro che facciamo, sempre immersi nelle tristezze, senza più un grazie che ti ricompensa da fatiche che superano le 50-60 ore alla settimana di lavoro? Tra un po’ mi si chiederà di portare anche la spesa a casa dei pazienti che vado a visitare, magari senza un reale bisogno di avermi a domicilio…perché dal notaio o in banca si accompagnano i vecchietti, ma non nei nostri ambulatori. A questo punto i soldi che ci danno sono veramente pochi, faccio malvolentieri i conti perché mi deprimo ancora di più, sono comunque meno di 2 euro al mese per paziente, al netto delle spese che devo sostenere. La maggior parte dei colleghi sta facendo di tutto per andare rapidamente in pensione e il ricambio non ci sarà perlomeno in pari numero rispetto a quello attuale. Si finirà così di cambiare medico con la facilità attuale, magari solo perché quel giorno non ti ha sorriso come ti aspettavi o non ti ha fatto fare le cose che volevi tu: quel certificato per non andare a lavorare eccetera. Si dimentica però che così facendo si premiano quei medici che fanno così così il loro lavoro, ma accontentano sempre non i veri malati, ma coloro che hanno bisogni saltuari e spesso capricciosi. Le categorie più a rischio di vuoto nei prossimi anni sono proprio quelle meno gratificanti: per primi mancheranno i medici di famiglia, trattati peggio dalla massa dei pazienti, pochi infatti si permetterebbero di dire ai miei colleghi ospedalieri quello che in questi anni mi sono sentita dire io (sto raccogliendo un po’ di queste perle e vi garantisco, che quando le pubblicherò molti rimarranno basiti e ma per fortuna ho chi può testimoniare la loro veridicità, la mia segretaria). Subito dopo mancheranno i chirurghi: lavoro duro, rischioso e non ben compreso: la denuncia facile nei loro confronti li fa lavorare con paura e questo non si può reggere volentieri tutta una vita. Chissà se tutto questo cambierà, intanto io sto avviandomi verso gli ultimi anni della mia vita professionale con l’amaro in bocca: peccato, perché non posso dire mi siano mancate anche le soddisfazioni e i riconoscimenti, ma sono state molte di più le frustrazioni. Auguro a tutti, bravi medici e bravi pazienti, un futuro migliore!

 

 

 

 

 

 

IL GIORNALE DI OGGI, GIOVEDI 16 GIUGNO 2011 CRONACHE

 

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Prenotazioni, la telefonata ora si paga
La Regione cede il servizio a esterni, via il numero verde e il costo della chiamata è a carico dei pazienti. No della Cgil
SANITÀ »SCATTA LA PROTESTA
Il Cup fornisce informazioni anche sui servizi sociali


I
L DIRETTORE GIURICIN Spendevamo tra 350 e 400 mila euro l'anno, ora il costo per l'utenza non supererà alcune decine di centesimi di euro

Oltre alle prenotazioni degli esami e delle visite ambulatoriali, il Centro unico di prenotazione (Cup) fornisce anche le informazioni di orientamento ai servizi sociali. Un servizio, questo, che fino a fine maggio veniva gestito separatamente rispetto alle prenotazioni di prestazioni sanitarie. «Dal primo giugno - spiega il direttore del dipartimento servizi condivisi, Claudio Giuricin - contattando il Cup si possono ottenere anche le informazioni sui servizi sociali presenti sul territorio, sul pronto soccorso sociale e sulle varie emergenze comprese quella determinata dal caldo». Il Cup, infatti, fa da riferimento per le case di riposo, i distretti sanitari, i pronto soccorsi e i dipartimenti. Qui dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18, e sabato e domenica dalle 9 alle 14, si possono rivolgere tutti coloro che si trovano in difficoltà. Il dipartimento servizi condivisi, insomma, ha collegato a un unico numero di telefono tutte le informazioni relative alla salute pubblica. ©RIPRODUZIONE RISERVATA di Giacomina Pellizzari Prenotare una visita in ospedale o negli ambulatori delle Aziende sanitarie della provincia costa di più. Dal primo giugno, la telefonata al Centro unico di prenotazione (Cup) è a carico dei cittadini. Il numero verde, a costo zero per l'utenza, è venuto meno perché la Regione attraverso il dipartimento dei Servizi condivisi ha esternalizzato la risposta telefonica. Inevitabili le proteste dei cittadini al cui fianco si schiera la Cgil decisa a chiedere un incontro all'assessore, Vladimir Kosic e «se non basta - avverte Alessandro Baldassi, sindacalista della Funzione pubblica - investiremo del problema la commissione consiliare regionale». Da mercoledì, dunque, per prenotare le prestazioni sanitarie ambulatoriali va formulato il nuovo numero telefonico 848448884 che sostituisce il numero verde 800007800 con una differenza: l'onere della telefonata è a carico del chiamante. «Non è giusto - tuona Baldassi - anche perché l'esternalizzazione del servizio non è stata concordata con le organizzazioni sindacali. Senza contare che il Cup è un servizio che continua a non funzionare bene in quanto il personale è insufficiente per rispondere a tutte le chiamate». Lo stesso sindacalista fa notare, inoltre, che spesso la gente è costretta ad attendere diversi minuti la risposta al telefono, un'attesa che a questo punto rischia di costare cara. Dello stesso avviso la consigliera comunale del Pd, Maria Marion: «Non è giusto - ribadisce - far pagare ai cittadini questo servizio anche perché il Cup è stato istituito per ridurre la necessità di recarsi a prenotare direttamente nelle strutture». Ma non solo, perché, da conoscitrice del sistema sanitario regionale, la stessa Marion sostiene che, ancora una volta, l'eliminazione del numero verde conferma «che le cose pubbliche vengono affrontate sempre con i piedi e poco col cervello». Questo per dire che se proprio si doveva risparmiare si potevano far tornare i conti tagliando da altre parti. In effetti, la Regione eliminando il numero verde risparmia tra i 350 e 400 mila euro l'anno. Questo, come conferma il direttore del dipartimento dei servizi condivisi (Dsc), Claudio Giuricin, era il costo che la Regione sosteneva per gestire circa 650 mila telefonate l'anno. «Solo il 20% di questa cifra - continua Giuricin - era determinato dalle chiamate da telefono fisso che costituivano l'80% delle richieste. Questo perché il numero verde aveva un'anomalia di utilizzo: la quota minima delle chiamate (20%) fatte da cellulari comportavano l'80% del costo totale». Fatto questo distinguo, il direttore del Dsc assicura che ora il costo per l'utenza è minimo: «Non supera alcune decine di centesimi di euro. Vale a dire 7 centesimi di euro di scatto alla risposta e uno o due centesimi a minuto». Per quanto riguarda, invece, la funzionalità del servizio, Giuricin assicura che non potrà che migliorare. Anche perché «il contratto allunga di mezz'ora l'operatività del call-center. Prima rispondeva dalle 8 alle 18, dal primo giugno invece dalle 7.30 alle 18». Allo stesso modo, lo stesso direttore del Disc respinge le accuse sulle attese telefoniche visto «che l'obbligo di risposta è superiore al 90% delle chiamate. Abbiamo avuto - ammette Giuricin - qualche difficoltà in passato poi risolte. Tant'è che se nel 2009 il personale del call-center rispondeva al 35% delle chiamate, l'anno successivo ha raggiunto l'85% e ora supera il 90%». Resta invece attivo il numero verde della campagna oncologica e di salute pubblica che prevede lo screening mammografico per le donne, le quali possono continuare a telefonare gratuitamente per cambiare la data dell'appuntamento. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

IN PROVINCIA
Malattie del cuore e tumori le cause principali dei decessi

 GORIZIA Nonostante gli innegabili progressi della scienza medica e l'efficienza del sistema sanitario locale, le malattie del sistema circolatorio e le patologie tumorali costituiscono ancora le prime cause di morte nell'Isontino. A confermarlo è l'annuale indagine condotta dall'Istat sulle principali cause di decesso nella Provincia di Gorizia, pubblicata ieri e riferita al 2008. Rispetto alla precedente rilevazione, i decessi risultano più che raddoppiati, attestandosi a quota mille 710 casi: di questi, ben 555 (nel 2007 erano stati appena 303) sono direttamente riconducibili a malattie neoplasiche, con una netta prevalenza di morti sopraggiunte a causa di tumori polmonari o, più in generale, dell'apparato respiratorio (107 casi documentati); diagnosticate a soggetti poi deceduti anche neoplasie al al colon (48), al pancreas (42), al fegato (32) e al seno (29). Quasi settecento sono state le morti causate da disfunzioni al sistema circolatorio, principale causa di decesso nel territorio provinciale isontino. Altissima anche la percentuale di premature dipartite determinate dall'affiorare di episodi di ischemia cardiaca (315 casi), mentre 189 persone sono decedute a causa di un accidente cerebrovascolare, aneurismi e ictus su tutti. Novantuno persone hanno lasciato la vita terrena dopo una crisi determinata da patologie respiratorie: fatale in 22 casi una polmonite, in due circostanze un'influenza non governata e, per 41 soggetti, il peggioramento delle condizioni di una malattia cronica delle basse vie respiratorie. Nel corso del 2008 si è registrato nell'Isontino un caso mortale di tubercolosi, mentre due persone hanno perso la vita dopo aver contratto l'Aids. In crescita esponenziale anche i decessi riconducibili al diabete mellito, passati in un anno da 15 a 64. Le principali cause di decesso restano quelle di tipo patologico: tra le motivazioni esterne individuate dal monitoraggio dell'Istat spiccano invece le cadute accidentali (17 casi), gli incidenti automobilistici (tre), i suicidi o i tentativi di autolesione personale (otto) e due omicidi. Christian Seu

MERCOLEDÌ, 02 FEBBRAIO 2011

 

«Stiamo diventando burocrati»

 

Raffaele Di Cecco: c’è un processo di svilimento della professione

 

La testimonianza

 


 

Lui ci ha provato. Si è collegato. Ma il computer si è rifiutato di ricevere i certificati ed educatamente ha fatto sapere che il sistema era momentaneamente fuori uso. E la stessa cosa è capitata a tantissimi altri medici della provincia di Udine. Per il dottor Raffaele Di Cecco, che lavora a Udine nord, è la cronaca di un flop annunciato. «E tutto ha origine – spiega – dai medici che hanno accettato supinamente questa cosa e da un’idea, che non condivido, di attribuirci funzioni sempre più burocratiche e sempre meno mediche. Dedicare tempo a queste certificazioni significa sottrarlo alla professione. Il rischio che vedo all'orizzonte è di un’overdose di informatizzazione che potrebbe non essere utile al medico e al paziente, perno – quest’ultimo – del sistema sanitario».
Ostracismo alla modernità? Macchè! Sentitelo: «Credo di essere stato il terzo medico in Friuli (eravamo nel 1995) a informatizzare lo studio. All’epoca spesi una barca di soldi, diversi milioni. C’ho lavorato tantisimo, ma adesso la rete è diventata il Grande fratello. Un esempio? Dal 2005, da quando ci sono le nuove ricette, i dati relativi al flusso delle nuove prescrizioni non finisco al ministero della Sanità, ma delle Finanze. Dal 2005 è in atto un’operazione di dossieraggio dei cittadini visto che il consumo dei farmaci era noto da molti, molti anni.
Per Di Cecco, insomma, «quello che viene avanti è una proposta di mutazione genetica del medico cui viene proposta un cambiamento radicale. Qualcuno pensa che questo migliori il servzio. Ma non c’è stato uno studio pilota. Qui abbiamo un ministro che favoleggia sulla funzionalità di un sistema che è, invece, piantato». Ma Di Cecco si chiede anche quanto sia costato «questo giochino. Per esempio ho ricevuto una comunicazione dall’Ass secondo cui per questa incombenza burocratica ci sarà pagato il collegamento Adsl. Bene, basta moltiplicare un singolo costo su base nazionale. Dove prenderanno questi soldi?».
Sì, per il dottor Di Cecco questa «è un’intrusione burocratica in una professione che avrebbe bisogno di ben altro. Così, invece, il medico è costretto a burocratizzarsi». (d.pe.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

ASS "medio friuli" e ospedale
Prevenzione cardiovascolare, sede rinnovata Il direttore: «Dimezzare infarti e ictus si può»
 

«Se fosse messo in pratica ciò che oggi si conosce, in regione il numero di infarti e ictus verrebbe dimezzato. Ridurre la mortalità, però, non basta: per invecchiare in salute, è necessario evitare che infarti e ictus si manifestino. Ma ci sono persone che, pur adottando tutte le misure di sana alimentazione, attività fisica costante, astensione dal fumo, assunzione regolare di farmaci contro ipertensione, ipercolesterolemia e diabete, finiscono per avere lo stesso un infarto. Per questo non si può tralasciare la ricerca». Diego Vanuzzo, responsabile del Centro di prevenzione cardiovascolare dell'Ass n.4 "Medio Friuli", di casi del genere, nel corso della sua carriera, ne ha visti moltissimi. Ecco perchè, per lui e per tutti i suoi collaboratori, a cominciare dalla collega Lorenza Pilotto, la giornata di ieri, con l'inaugurazione della nuova sede del Centro, al "Santa Maria della Misericordia", rappresenta una tappa importante nel cammino verso una sempre migliore opera di prevenzione cardiovascolare. Numerose le autorità presenti alla cerimonia. Dal presidente della Regione, Renzo Tondo, al direttore dell'Ass 4, Giorgio Ros, al direttore sanitario dell'Azienda ospedaliero-universitaria, Fabrizio Fontana, al presidente della Lega friulana per il cuore, Fausto Borghi, a monsignor Guido Genero e al professor Attilio Maseri, cardiologo di fama internazionale, oltre a consiglieri regionali, politici e amministratori e tanti volti noti per aver contribuito, a livello istituzionale, sanitario e del volontariato, a fare del Centro di Udine una struttura di eccellenza a livello nazionale e internazionale. Ed è stato proprio il dottor Vanuzzo a ripercorrere i 50 anni di vita della struttura, nata per volontà del compianto professor Giorgio Antonio Feruglio (presente la vedova, Maria Luisa Feruglio) e che oggi, contando anche la sezione di Medicina dello sport, rappresenta un autentico ponte tra ospedale e territorio. «Le malattie che il Centro ha contribuito a debellare dagli anni '60 agli '80 - ha affermato - erano le febbri reumatiche dei ragazzi, che da adulti sviluppavano gravi alterazioni delle valvole cardiache. Ma per una guerra vinta se ne profilava un'altra, tuttora in corso: l'infarto cardiaco e l'ictus cerebrale, gravati da alta mortalità e da conseguenze talora disastrose come lo scompenso cardiaco e la paralisi. Nei primi anni '70 - continua - non si conoscevano le cause e per scoprirle e combatterle nacque il "Progetto Martignacco". Oggi si sa che alta pressione, livelli alterati di colesterolo e trigliceridi, fumo di sigaretta, diabete, obesità, sedentarietà sono tutti fattori di rischio cardiovascolare. Possono, cioè, fare sviluppare queste gravi malattie, soprattutto se combinati insieme. Fortunatamente i fattori di rischio si possono ridurre, diminuendo la mortalità per infarto e ictus. Il professor Feruglio - ha concluso - riuscì a portare la lotta ai fattori di rischio a livello regionale, contribuendo a ridurre l'eccesso di mortalità cardiovascolare di cui la regione era gravata». A spiccare, oggigiorno, è soprattutto il Progetto "Cuore" dell'Istituto superiore di sanità, che permette di calcolare e ridurre il rischio cardiovascolare e che è stato adottato nel recente Piano regionale di prevenzione cardiovascolare, che ha per referente scientifico lo stesso dottor Vanuzzo.

 

28.07.2009

Gestionali per la Mg insufficienti secondo una ricerca veneta

di Alessandro Santoro

Ai medici di famiglia manca una cartella clinica informatizzata che possa aiutarli a migliorare la pratica prescrittiva e assistenziale. Così almeno sentenzia uno studio condotto nei mesi scorsi da un gruppo di lavoro multidisciplinare composto da medici di famiglia, farmacologi e farmacisti. Finanziata dalla Regione Veneto con i fondi messi a disposizione dall’Aifa per la farmacovigilanza, l’indagine ha preso gli otto gestionali più usati dai medici di famiglia e ne ha valutato le performance in base a dieci indicatori elaborati dal gruppo di ricerca. Risultato, nessuno dei software analizzati ha ottenuto un punteggio superiore a 54 su 100; tre su otto hanno meritato una valutazione attorno a 50 su 100 e altri quattro hanno preso un voto tra 32 e 39. «Il progetto» è la riflessione con cui si conclude la ricerca, pubblicata sul numero 3/2009 di Dialogo sui farmaci «ha rilevato una scarsa qualità dei contenuti informativi e delle relative funzioni di supporto alla prescrizione».
Va peraltro detto che nella sua analisi il gruppo di lavoro ha concentrato la propria attenzione sui requisiti “informativi” dei gestionali. Non a caso, tra gli indicatori selezionati per la valutazione dei software c’erano la presenza della scheda tecnica (Rcp) del farmaco; l’indicazione di eventuali interzioni; un archivio delle Dear doctor letters redatte dall’Aifa; l’opzione della prescrizione per principio attivo; l’indicazione delle Note limitative; la consultabilità delle Carte del rischio cardiovascolare.
Sulla base delle evidenze emerse dalla ricerca, il gruppo di lavoro ha provveduto a elaborare anche un documento contenente alcune proposte dirette al miglioramento dei gestionali per la Mg.

«Siamo medici, non i segretari degli specialisti»

 

La polemica di ELENA DEL GIUDICE

«E’ ora di finirla di venire relegati al ruolo di segretari delle segretarie degli specialisti ospedalieri!». E questa volta, anzichè limitarsi a dichiararlo, lo Snami, una delle organizzazioni sindacali dei medici, ha preso carta e penna e inviato al direttore generale dell’Agenzia della sanità, al direttore centrale della Direzione della sanità, nonché all’ordine dei medici e all’Azienda sanitaria, una lettera nella quale richiama le segnalazioni di diversi colleghi sull'utilizzo - anzi, nel caso specifico, sul mancato utilizzo - del ricettario del Servizio sanitario regionale da parte degli specialisti ospedalieri.
In buona sostanza permane la cattiva abitudine degli specialisti ospedalieri, di prescrivere su un foglio di carta bianca intestata, anzichè sul ricettario (i foglietti stampati in rosso), esami, indagini diagnostiche, approfondimenti, ulteriori visite specialistiche. In questo modo il paziente che si reca dallo specialista, nel momento in cui esce da quell’ambulatorio, è costretto a ritornare dal proprio medico di fiducia per farsi fare le prescrizioni sul ricettario dei Servizio sanitario. Il medico di medicina generale, dunque, si trova a svolgere il ruolo del “segretario” che trascrive disposizioni impartite da altri.
«Ai medici di medicina generale - sottolinea Mauro Marin dello Snami - non piace affatto svolgere questo ruolo. Ma soprattutto riteniamo che nel momento in cui si può agevolare un paziente, questo debba essere fatto. Tanto più - rimarca Marin - che sono le norme a prevederlo espressamente».
«Tutti i medici del Servizio sanitario nazionale debbono essere in possesso ed usare il ricettario del Ssn; e in Friuli Venezia Giulia questo è normato anche dalla recente Legge Regionale N. 7 del 26 marzo 2009, all’articolo 9. Questo articolo - riporta Marin - ha come titolo “semplificazione delle prescrizioni specialistiche”, e prevede che: “Al momento del primo accesso e delle visite successive, gli specialisti ambulatoriali e gli specialisti ospedalieri prescrivono direttamente gli approfondimenti diagnostici e le ulteriori visite specialistiche. In ogni caso deve essere mantenuto il contatto con il medico curante, medico di medicina generale e pediatra di libera scelta, allo scopo di perseguire la continuità assistenziale”».
Ma se questa è la norma i comportamenti non sono coerenti, tanto da spingere il sindacato Snami a rivolgersi ad Azienda sanitaria, all’Agenzia regionale della Sanità e anche alla Direzione dell'assessorato. Nella lettera si spiega che «continuano a pervenire da parte di molti medici di medicina generale iscritti alla nostra organizzazione, segnalazioni in merito al mancato utilizzo del ricettario del Ssn nelle strutture aziendali, e si demandano ai medici di fiducia compiti di pura segreteria, peraltro non previsti dalla vigente normativa. Anzi - si legge nella lettera - la delibera della giunta regionale 3011 del 30 novembre 2007, a proposito della sistematica violazione delle disposizioni sul corretto utilizzo del ricettario, ritiene che ciò “appesantisce il carico di lavoro del medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta in pratiche non assistenziali e a carattere prettamente amministrativo” e, aggiungiamo, parrebbe pure indicare una mancanza di rispetto nei riguardi dell’attività libero professionale del medici di medicina generale. A questo proposito si chiede di sapere quale sia la linea aziendale. Ricordiamo infine la recente legge regionale n. 2/2009 e attendiamo notizie sulle modalità applicative».
In sostanza, a tutto vantaggio degli utenti della sanità, nel momento in cui ci si reca in ospedale per una visita specialistica, se ne deve uscire con la “ricetta” per esami di laboratorio, esami strumentali, altre visite specialistiche, senza doversi recare dal proprio medico per la semplice trascrizione dal foglio bianco a quello rosso di ciò che lo specialista ha suggerito.

 

KOSIC  

Martedì 17 Febbraio 2009,

Un Libro verde, strumento già adottato dalla Commissione europea e dal Governo italiano, è un documento che raccoglie le indicazioni programmatiche e i temi portanti che una Amministrazione pubblica intende affrontare, tramite una consultazione pubblica, al fine di elaborare soluzioni condivise.

      Questo documento riguarda il sistema sociosanitario regionale ed è rivolto a tutti i soggetti istituzionali, sociali, professionali, alle associazioni e ai singoli cittadini, per condividere la visione sul disegno di un nuovo modello sociosanitario.

 

      Il Servizio sanitario del nostro Paese si basa sui principi cardine dell'universalità di accesso e della solidarietà sociale che lo hanno portato ad essere uno dei più apprezzati al mondo. Nella nostra regione tali principi si sono sempre coniugati con una costante ricerca della qualità. È necessario però un ulteriore sforzo per mettere al centro dell'attenzione la salute delle persone e per proseguire nell'opera di modernizzazione dei servizi alla persona. È maturo il tempo per prendere decisioni sul futuro del sistema sociosanitario regionale in maniera più partecipata affinché il diritto a una vita sana sia il risultato di responsabilità condivise.

      Entro l'estate 2009 si intende varare il nuovo piano sociosanitario regionale 2010-2012. In vista di questo impegno, negli Indirizzi pluriennali delle politiche sanitarie, sociosanitarie e sociali regionali la Giunta regionale ha delineato i principi ispiratori e i temi principali del nuovo piano, definendo il modo in cui si desidera procedere per migliorare il sistema delle risposte ai cittadini. Esistono alcuni aspetti del miglioramento che richiedono un particolare approfondimento e una verifica di fattibilità. È stato pertanto individuato nel Libro verde uno strumento utile per esercitare il diritto alla partecipazione in materie che toccano così da vicino ciascuno di noi e che vanno affrontate con senso di responsabilità, di solidarietà e di civiltà.

      È la prima volta che si procede così nella nostra Regione: verrà assicurato l'iter istituzionale della pianificazione strategica, svolto osservando i vincoli che le norme pongono, arricchendolo però con le osservazioni e i suggerimenti dei professionisti, delle associazioni e dei cittadini, che è giusto e opportuno avere sempre più vicini.

      A premessa del Libro verde, preme riprendere e ribadire i principi che ispirano le politiche sociosanitarie della Giunta regionale, quali: equità, qualità, sostenibilità, trasparenza, sicurezza, responsabilità, semplificazione. L'universalità di accesso e la solidarietà sociale devono continuare ad essere i fondamenti dei servizi pubblici alla persona della nostra regione, condizioni necessarie ma non ancora sufficienti a garantire la loro equità. Equità necessaria per prevenire una delle principali ingiustizie di cui le persone soffrono oggi: la disparità di trattamento a fronte di medesimi problemi.

Quali fenomeni caratterizzano la disequità, quali motivi la originano? Come si può ridurne l'impatto? Oggi, i criteri di accesso ai servizi sanitari e a quelli sociali sono di per sé differenti, come differenti sono i tempi e i modi con cui essi rispondono e prendono in carico le problematiche dei cittadini. Spesso accade che una stessa persona con un problema di salute e con necessità assistenziali non riesca ad avere risposte contemporanee e concordate da parte di servizi sanitari e di servizi sociali. Per questo è necessario arrivare a definire una modalità di approccio ai problemi di cura e di assistenza che non sia lasciata alla buona volontà di alcuni operatori e dei cittadini coinvolti, ma che sia frutto di un accordo strutturale, stabile e sostenibile, tra sistema sanitario e sistema dei servizi sociali, per assicurare il diritto che ognuno di noi ha alle cure e alla salute.
      Molti ritengono che il servizio pubblico sia in generale lento ad erogare alcune risposte. Questa convinzione deriva spesso dalla mancanza di consapevolezza o di conoscenza delle logiche di priorità, di gravità, di rischio per la salute, secondo cui un servizio pubblico è organizzato. Non si può pensare di ottenere negli stessi tempi, ad esempio, la stessa prestazione diagnostica (un'ecografia, una Tac, una risonanza magnetica) per un trauma banale o per un sospetto di malattia tumorale. Si può fare molto per migliorare l'informazione sul corretto uso dei servizi, sui comportamenti sani e sui fattori di rischio. Altrettanto si può fare per ridurre le differenze tra le diverse aree della nostra regione, che nel suo complesso è in grado di fornire risposte efficaci ed efficienti.
      Modalità di accesso più semplici, possibilità di utilizzare le tecnologie informatiche, abbattimento delle barriere culturali, organizzative e geografiche, possono contribuire in maniera significativa a ridurre le disuguaglianze. Queste criticità non inficiano comunque il livello di qualità del sistema sanitario regionale. Quello del Friuli Venezia Giulia, infatti, viene considerato uno dei servizi sanitari pubblici regionali di miglior qualità in Italia e il grado di soddisfazione da parte della popolazione è complessivamente buono.
      È necessario, secondo criteri espliciti, definire le priorità e individuare le soluzioni possibili e accettabili in base alle risorse disponibili e alle conoscenze scientifiche. È necessario farlo con trasparenza discutendo con gli interlocutori istituzionali, con i professionisti e le loro associazioni, con le associazioni che rappresentano i cittadini, i malati e i loro familiari. Se non sarà possibile ottenere un consenso su ogni aspetto, che almeno che il dissenso sia consapevole e responsabile.
 
      
Vladimir Kosic